La donna che programmò due volte, prima in Java e poi in Kotlin: perché Android Studio é più facile da inquadrare di un film di Hitchcock!

 

web design umbria

Il film inizia con un flashback: l’eroe, se così possiamo definirlo, si lancia alla conquista di Android Studio e Java per creare App native sullo store dedicato. Installa il software su Acer con 8 di ram a disco meccanico con una capacità di hard disk limitata e un processore AMD per scoprire dopo fasi tormentate che gli emulatori virtuali per simulare il funzionamento di una App non girano di default sugli AMD (ossia per usufruirne bisogna trovare degli escamotage complicati) e anche che il dinosauro non gira bene su una macchina con caratteristiche così limitate. Flash-forward: Netflix mostra un famoso incipit fumettistico con vortici  di antimateria che ruotano a inghiottire personaggi vittime di fobie oscure, come quella di James Stewart per il vuoto, segnata da un dramma ancora irrisolto. Da qui in poi il film diventa un guazzabuglio barocco teso a risolvere l’enigma della belissima Kim Novak che non sa bene chi sia (o ci fa?) e così il novizio spettatore capisce dopo essere rimbalzato malamente su Android Studio che la comprensione della trama dispiegata nel film è molto più complessa che imparare a fare APP Native con Java e il suo ambiente di sviluppo. Quindi si ricomincia da zero, questa volta procurandosi una macchina SSD con 16 di RAM da un tera, degna delle iperboli creative del famoso regista maestro di Truffeaut. Da questo momento in poi gli inganni e i baci dei due protagonisti, insieme vittime e carnefici, si perdono nell’immortalità di una pellicola che ha segnato la storia del cinema, la donna che visse due volte o anche VERTIGO, regia del maestro inglese del brivido Alfred Hitchcock, anno 1958, approfondimenti su https://it.wikipedia.org/wiki/La_donna_che_visse_due_volte ; siamo quindi alle prese con la fase di preparazione dell’ ambiente, molto delicata prima di iniziare a scrivere codice e a verificare la consistenza degli emulatori. Intanto la prima cosa che si impara dai titoli di testa è che Studio Android funziona con Java, quindi la prima cosa da fare è scaricare comunque il nostro pacchettone dal sito della Oracle, indirizzo https://www.oracle.com/java/technologies/javase-downloads.html senza entrare nei misteri della java virtual machine e del convertitore JRE, Java Runtime, altrimenti l’effetto sarebbe come quello del detective Fergusson che guardando in basso ad altezze vertiginose si fa imbrogliare dai due gaglioffi incastratori. Superata l’ebrezza del vuoto come l’eroe nella sequenza finale, non resta che recarsi all’indirizzo https://developer.android.com/studio/ e superare anche l’ultimo trauma. Fortunatamente il tutto avviene in automatico e nell’ IDE viene implicitamente inserito anche il download da quasi 900 MB di byte del pacchettone SDK, software developer kit, cassetta degli attrezzi indispensabile per far girare tutti gli ingranaggi. Ok si sceglie dove installare e la trama si snoda senza torbide colonne sonore a evidenziare i momenti topici di tensione. Alla fine si arriva fino in fondo usando solo intuizione e pochi semplici click. Come epilogo non mi tocca come premio lo squisito bacio della Novak ma avrò pur sempre qualcosa che sembra funzionare, perché andando sul menù TOOLS alla voce AVD (manager di gestione dei device virtuali o anche android virtual device), aprendo posso scegliere, configurare e lanciare l’emulatore, senza dover consultare un terapeuta per la paura delle grandi altezze. Prima di fare questa operazione abbiamo ovviamente configurato un progetto in bianco per prendere familiarità con l’ambiente e vedere cosa riservava anche la voce SDK presente sempre sulla barra dei menù sempre alla voce TOOLS, dove é possibile configurare le varie versioni in modo da coprire tutte le opzioni di programmazione offrendo versioni di sviluppo variegate per colmare ogni esigenza. La IDE cambia spesso impercettibilmente nel tempo, per cui la navigazione grafica e il modo di utilizzo del software è soggetto a dinamici cambiamenti e l’installazione che era proposta ieri come sequenza di operazioni per configurare il tutto, oggi spiazzerebbe qualsiasi intrepido scalatore di campanili, come proposto dal genio del brivido londinese.

CONCLUSIONI di web design umbria: se hai problemi con le altezze, guardati VERTIGO ma se hai problemi con Studio Android per imparare a fare APP Native in Java, non pensare che non ci hai capito nulla perché a volte le trame a un primo impatto sono difficili da decodificare e servono almeno due tentativi, come la donna del titolo che installò due volte. A questo punto non rimane che sporcarsi le mani (nel senso propositivo del termine) con il codice, perché la fase di preparazione dell’ ambiente di sviluppo è felicemente completata. Per esempio potremmo cimentarci con le basi, il codice seguente per esempio é una classe che rappresenta un entry point che lancia la nostra prima activity (definizione di interfaccia grafica), ossia un layout di nome activity_main che è presente come risorsa all’interno dell’ oggetto R. Si noti come l’estensione della classe di lavoro AppCompatActivity presenta una sovrascrittura dei metodi presenti nella superclasse MainActivity che estende tutti i suoi superpoteri alle classi figlie estese:

public class MainActivity extends AppCompatActivity {

    @Override
    protected void onCreate(Bundle savedInstanceState) {
        super.onCreate(savedInstanceState);
        setContentView(R.layout.activity_main);
    }
}

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